Nel vento di cambiamento che ha sostenuto la “primavera araba” e il movimento degli “indignati”, i mezzi di comunicazione digitali hanno ricoperto un ruolo fondamentale, da protagonisti. Anche in Italia, in occasione delle ultime consultazioni elettorali e referendarie, si è assistito ad un segnale di timido ritorno dalla disaffezione e dall’antipolitica alla partecipazione dei cittadini.
In questo ritorno, Internet ha avuto un peso certo non determinante, ma di sicuro importante e pari alla carta stampata, in una specie di supplenza rispetto al mezzo televisivo, al contrario momentaneamente più distaccato.

Nell’onda che ha attraversato il Mediterraneo, portando al rovesciamento dei governi nei paesi del Nordafrica e a massicce proteste di piazza nei paesi europei segnati dalla crisi, dalla Spagna alla Grecia fino ad Israele, la Rete si è sostituita ai media tradizionali e all’informazione “ufficiale” gestita dalle TV di Stato ma anche alla stampa di opposizione.
Il fenomeno è forse spiegabile non tanto, o almeno non solo, dalle caratteristiche di velocità e diffusione delle informazioni, quanto dalla loro natura più sfuggente e meno direttamente riconducibile a persone fisiche.
Se si tratta di un segnale incoraggiante, diretto verso una maggiore obiettività e una maggiore capillarità delle notizie, d’altra parte il linguaggio tende a farsi più acceso e aggressivo, prestando peraltro il fianco a possibili distorsioni, come dimostra il caso della (falsa) dissidente siriana Amina Arraf.

Nel frattempo, si avviano i preparativi per la campagna presidenziale americana del 2012: la presenza online, già individuata come un fattore chiave del successo di Barack Obama nel 2008, è destinata ad un rilievo ancora maggiore nel decidere chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.
Gli specialisti del comitato elettorale riunitosi nel motto “Yes We Can” hanno dimostrato di aver fatto proprie le nuove forme della comunicazione politica e del video virale come l’ingrediente segreto di un sapiente media mix.
Il principale punto di innovazione è stato infatti quello di considerare Internet come la sede appropriata per un “centro di coordinamento” nell’affiancare mezzi digitali e non, senza canali preponderanti e privilegiati né viceversa strumenti marginalizzati o desueti.
Ciò si è reso possibile grazie alle peculiarità strutturali della multimedialità, alla capacità di riassumere in sé le diverse declinazioni specifiche dello stesso messaggio.
In altri termini, per riassumere le parole del coordinatore Joe Rospars, si è trattato di invitare al coinvolgimento e alla partecipazione nei caucus, l’equivalente contemporaneo di una campagna porta a porta.

Ritornando all’Italia, le personalità di spicco dei partiti si sono avvicinate ad Internet con cautela, senza sfruttarne appieno le opportunità, secondo una logica di presenzialismo che unisce posizioni semmai altrimenti divise sui temi del presidenzialismo. D’altra parte, come fenomeno unico al mondo (eccetto forse il Partito Pirata in Svezia e a Berlino), coagulandosi intorno al blog di Beppe Grillo, tra i più popolari in tutto il mondo, si è sviluppato un movimento di protesta nato in aperta contrapposizione all’egemonia televisiva e via via sempre più strutturato, tanto da ottenere risultati a due cifre nelle elezioni amministrative del maggio 2011.
Con i comitati promotori del referendum, strettamente collegati, il contrasto rispetto all’informazione “ufficiale” si è fatto ancora più acuto e visibile. Il paragone con la realtà di oltremare ne risulta altrettanto rafforzato: le costellazioni di blog e profili su Facebook o Twitter sono divenute una ineguagliabile, anche se non necessariamente incontrollabile, cassa di risonanza capace di mobilitare un numero enorme di persone a rispondere ad un appello diretto presentandosi in piazza.
Si ha dunque così la percezione di un movimento spontaneo e molecolare, di una comunicazione personalizzata ma viceversa, tutto sommato, ancora di massa e forse, nella sua capillarità e nella sua velocità, come mai prima d’ora.

La politica dell’immagine, esplosa per la prima volta portando al trionfo Kennedy contro Nixon nei dibattiti per le elezioni presidenziali del 1960, è ancora lontana dal tramontare. Le principali novità che si presentano oggi sembrano riguardare il canale, le caratteristiche del mezzo piuttosto che la sostanza dei messaggi.
Certamente, non si può negare che l’approccio stia in qualche modo cambiando, ma quali sono le riflessioni, quale spazio trovano le discussioni che dovrebbero preludere alle manifestazioni?
L’immersione di tali elementi in un insieme caotico e dispersivo rischia di trasformare ogni voce in rumore di fondo, di degradare la partecipazione in una periodica parata carnevalesca, limitata ad un momentaneo ribaltamento degli schemi e perciò fine a se stessa, oppure nel migliore dei casi ad un gettone di presenza diffuso.

Senza dubbio, concretizzare il desiderio e l’aspirazione alla partecipazione degli elettori presuppone la condivisione di un preciso contesto qui ed ora, il realizzarsi di un’appartenenza non solo virtuale (o meglio, potenziale) ad un dato ambiente, ad un “presidio” del territorio.
Non si può però esaurire in questa che sarebbe invece la sua fase finale, né tantomeno può essere richiesta, nel mondo odierno trasformato dalla comunicazione a distanza, una continua compresenza soltanto in questo ambito.

Nello spazio della nuova sfera pubblica che si va configurando, se si prescinde dal dibattito preliminare, se si marginalizza il processo decisionale, il momento di verifica e l’agenda delle priorità sono organizzati orizzontalmente, “dal basso”, solo casualmente e per coincidenza, conservando nella sostanza un’impostazione verticistica che ha sempre meno successo.
Come l’accesso alla rete viene richiesto, o arriva comunque in supporto, all’erogazione dei servizi della Pubblica Amministrazione e per lo svolgimento di pratiche burocratiche, così anche gli spazi d’incontro delle assemblee, dei circoli e delle conferenze potrebbero estendersi e trovare un equivalente corrispettivo telematico, in modo trasparente ed affidabile.

Il fronte appare a tutt’oggi inesplorato: mentre viene riconosciuta senza riserve la capacità di Internet di rafforzare e catalizzare le relazioni offline, l’idea di una strutturazione specificamente interconnessa a distanza fatica ancora a farsi strada.
La tecnologia per votazioni e conferenze online è già da tempo pronta e collaudata, l’esperienza dei community networks o dei movimenti grassroots negli USA e delle reti civiche in Italia costituiscono un valido prototipo che può essere recuperato. È solo questione di tempo?

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