Finalmente è da qualche tempo possibile tracciare i primi grandi bilanci anche per i siti di social network, che segnando l’evoluzione al web 2.0 con i loro servizi e applicazioni hanno cambiato radicalmente il panorama online degli ultimi anni.
Tra le notizie del periodo, viene segnalato come Twitter abbia sorpassato MySpace, posizionandosi al terzo posto in una classifica dei social network più diffusi nel mondo che vede Facebook alla guida e Windows Live saldamente secondo.

Non si tratta del semplice andamento della concorrenza in un mercato che si muove velocissimo, ma del risultato di una tendenza più generale nella trasformazione di internet.
L’affermazione del web 2.0 è stata appunto il coronamento di una progressiva espansione del world wide web, che con il crescere della rete e della velocità delle connessioni ha cannibalizzato altri servizi (basati su tecnologie e protocolli particolari) come i newsgroup di Usenet o le chat via IRC.

D’altra parte, ciò ha indubbiamente facilitato l’arrivo di un’enorme massa di nuovi utenti. Lo stesso segreto di Facebook è stato in fondo quello della standardizzazione, riprendendo l’ingrediente che aveva già decretato il successo della forma del blog.
Ha fornito più che altro una “carta d’identità” virtuale, in una cornice comune abbastanza rigida, perlomeno visivamente, da mantenere un forte quadro di riferimento nel gioco delle variazioni e delle applicazioni individuali.


Lo sforzo, relativamente esiguo, richiesto dal sito per l’iscrizione e l’utilizzo ha aperto le porte a milioni di nuovi accessi, fornendo di fatto un’alfabetizzazione primaria alla rete per grandi porzioni della popolazione di internet.
Il fenomeno è globale, ma profondamente radicato negli Stati Uniti che ne sono la terra d’origine e risalta a maggior ragione nei paesi che hanno un legame particolare con la cultura americana, come nel caso specifico e tutto peculiare dell’Italia: il paese dei telefonini, plasmato dalla televisione, invaso dalle automobili, nelle statistiche recenti compare con l’Indonesia al terzo posto nel totale degli utenti Facebook, al primo per tempo medio trascorso nel sito, dove è raccolto quasi il 90% degli utenti internet nazionali.

Lungi dal raggiungere la motivazione degli interventi su Wikipedia, l’utilizzo non si discosta tendenzialmente da una comunicazione vagamente disimpegnata, d’intrattenimento, e all’accordare partecipazione a periodiche campagne di opinione. Esistono ovviamente le eccezioni, ma la ragione trainante è, alla lunga, nell’ordine di una chiusura che cementa relazioni già esistenti anziché favorirne di nuove, in presenza oltretutto di forti barriere sia locali che tra i bacini nazionali.
Ad esempio, importanti aree come Brasile e India si appoggiano invece alla rete di Orkut, una proprietà di Google, ed anche in Asia Facebook è tutt’altro che dominante.

Mentre Twitter si fa apprezzare per una laconica, sintetica onestà, una forte specializzazione funzionale, e un’estrema facilità ad essere integrato in altre piattaforme, Myspace si è proposto ad offrire soluzioni di personalizzazione, in modo più aperto dei concorrenti che si sono susseguiti, ed è stato penalizzato proprio da questa complicazione.
Anche senza addentrarsi in questioni di essenza, è facile riconoscere che in una soluzione troppo ibrida, comunque lontana dalle possibilità dei veri e propri siti web autonomi, l’elaborazione personale del profilo è risultata qualcosa di simile all’arredamento di una cameretta: l’utenza non a caso è caratterizzata da una specifica fascia demografica.
Col tempo il network ha rafforzato un nucleo irriducibile, imponendosi come punto di riferimento per la scena musicale; dopo le statistiche recenti è stata annunciata una ristrutturazione e ne attendiamo a questo punto gli sviluppi.

In ogni caso, la specializzazione tematica si va intensificando: un social network “generalista” come Facebook resterebbe col tempo a trovarsi giustificato solo in uno spensierato uso di routine, se non riuscisse a sfruttare la propria posizione per trasformarsi in una specie di sistema operativo. Per questo sono infatti in cantiere piani ambiziosi.
Altre reti sociali si rafforzano dopo aver trovato il proprio terreno di elezione: LinkedIn e deviantART, Flickr e Picasa, YouTube e Vimeo, Last.fm propongono un’esperienza sostanzialmente analoga ai gruppi d’interesse coagulati dapprima nei newsgroup e poi nei forum, arricchita come già riconosciuto nel passaggio all’ipertesto su web.
La differenziazione si gioca, più che nei contenuti, nei mezzi espressivi e soprattutto negli usi sociali e personali ma non si tratta di un vero e proprio ritorno, perché la tematizzazione non è mai del tutto scomparsa.

Ogni settore presenta un attore dominante, si sviluppano integrazioni con i produttori e con le case di software, ma non si riesce a superare la dimensione del recinto chiuso se non nelle fusioni e acquisizioni aziendali. Un primo, rilevante ma limitato esperimento di interconnessione tra diversi network è Gravatar, che fa già intuire le potenzialità di un passaporto elettronico condiviso.

Nel frattempo, in assenza di accordi alla pari tra le parti contendenti, si vanno configurando degli autentici monopoli “verticali”, dove la minaccia più insidiosa non risiede tanto nei problemi di sicurezza, privacy e controllo, dato che la gestione dei social network si può considerare non a torto innocua, quanto nella capacità per tutti di poter scegliere liberamente di chi fidarsi.

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